Blackbird, fly

Where do you need to go, love? Il ritorno in UK, a distanza di un decennio dall’ultima volta, è un bagno di nostalgia e, insieme, un piccolo shock culturale. Gente con un accento quasi incomprensibile ma gentilissima, che ti sorride senza motivo, ragazze vestite a caso, senza reggiseni e praticamente seminude, gente dalla pelle delicata e lentigginosa, con lo sguardo dolce. Devo dire che non avevo ricordi particolari delle persone in questo paese, ma capisco che gli inglesi mi piacciono. Sarà anche che l’Inghilterra è nella mia testa idealizzata da sempre: il mio primo viaggio all’estero, in aereo, a 12 anni, è stato a Londra. E niente, dai double decker alle cabine telefoniche rosse, dalla National Gallery fino a Harry Potter, questo posto mi affascina come pochi. A ritornarci mi sembra di entrare in un piccolo paese delle meraviglie…

Sorvolando La Manica su un volo semivuoto, guardando in continuazione fuori dal finestrino, per buona parte del tempo ho canticchiato questa canzone dei Beatles, canzone che rimane fra le mie preferite. Ebbene, a più di un decennio di distanza dall’ultima volta, in questo weekend lungo mi aspettano sfarfallate tra Liverpool, Manchester e qualche altro pezzetto di campagna inglese. Sono emozionata e contenta. Per quanto borioso e ripetitivo sia scriverlo per l’ennesima volta, viaggiare continua, e credo continuerà ad essere sempre, una medicina incredibile per qualsiasi cosa.

2:00:59

2 ore e 59 secondi. È il tempo che ho impiegato a percorrere i 20 chilometri della gara di fine maggio, qui a Bruxelles, a cui mi ero iscritta. Preparata in meno di due mesi, dopo un semestre in cui non avevo praticamente mosso un passo, è stato un risultato, in teoria, di gran lunga più soddisfacente di quanto avrei mai potuto immaginare, combattuta com’ero, anzi, rispetto al pensiero di riuscire ad arrivare alla fine senza fermarmi, o quanto meno senza camminare. Ebbene, la soddisfazione di superare il traguardo è durata poco: ce l’ho fatta, ma comunque non sono contenta. Se a posteriori ripenso alla facilità con cui sono arrivata alla fine, infatti, capisco che avrei potuto (anzi, dovuto) crederci di più, e spingere di più le gambe. Perché arrivare al traguardo con questo tempo, alla fine, non è stato nemmeno difficile quanto credevo. E allora quei 59 secondi mi sembrano ancora di più uno schiaffo, una beffa del destino. Non solo perché, ad averlo saputo, ad avere avuto un orologio sotto mano, avrei sicuramente potuto risparmiarmeli. Ma anche perché mi sembra che, simbolicamente, stiano lì a dirmi che, forse, lì in fondo, io, a me stessa, alla mia vita, forse chiedendo troppo poco. So bene che fare le cose tanto per farle non ha senso: sono solo obiettivi alti quelli che vale la pena porsi. Una volta ne ero ben consapevole. Non posso dunque non fare una fatica incredibile per non vedere il bicchiere mezzo vuoto: nonostante io abbia raggiunto il mio traguardo, so che avrei potuto fare meglio. Ed è proprio in virtù di questo che sarebbe stato mio dovere fare meglio. È stata una vittoria più facile di quanto pensassi, perciò penso di non poterla chiamare davvero una vittoria. E forse, di fronte a questo pensiero, è giusto che io non abbia pace.

If…

Mentre ero in viaggio in Provenza, a Marsiglia, ho fatto una scoperta inaspettata. Al largo della costa c’è un’isola, la cui superficie è praticamente per intero occupata da un castello. Si chiama Castello d’If (Château d’If) e per quasi tre secoli (dal 1580 al 1871) è stato utilizzato come prigione. A renderlo noto è il fatto che nel romanzo ll conte di Montecristo di Alexandre Dumas, il protagonista Edmond Dantès vi viene rinchiuso. Io purtroppo non ho avuto modo di visitarlo – il tempo era poco, e con il traghetto ci sarebbe voluto troppo, ma diciamo che è un appuntamento che mi serbo per la prossima volta (in questo senso la promessa di un ritorno fa sempre piacere). Se ne scrivo, però, è soprattutto perché pensare di avere di fronte a me “l’isola dei Se”, mi ha affascinato molto. Se solo si potesse, ogni tanto, relegarli su un’isola, tutti i “se” della vita, rinchiuderli in prigione, e guardarli da lontano…

More love

“I want more love”: così diceva la borsa di questa signora, l’ultima volta che ho preso l’aereo per Bruxelles, non più di una decina di giorni fa. In quel momento, quella frase mi ha colpito come un dardo: una piccola realizzazione, a cui è seguito, lo ammetto, anche un piccolo momento di commozione: ho dovuto sollevare lo sguardo e volgerlo lontano, per evitare che la lacrima che mi si stava formando nell’occhio prendesse corpo. Ebbene, la verità che mi ha mosso in quel momento, semplice e potente allo stesso tempo, è questa: nella vita non vale la pena di fare nulla, a meno che non sia per amore. È quella l’unica vera forza motrice, l’unico vero impulso a cui bisogna dare ascolto. E sì, lo so che suona melenso, ma provate per un momento a sospendere il giudizio e a seguire il ragionamento. È nell’amore che si cela l’autenticità, e quindi la bellezza, la forza e tutto quanto c’è di più nobile al mondo. Tutti sono sinonimi l’uno dell’altro, e tutti hanno lo stesso minimo comun denominatore. Le nostre inclinazioni, i nostri interessi, le nostre passioni, sono cose che, in sé, non rispondono ad alcuna legge logica, eppure sono tutti veri. Se lo sono, è perché parlano di ciò che amiamo. L’amore è intuizione, è entusiasmo, è desiderio. L’amore è verità.

Io credo sia questa la consapevolezza che, nel momento in cui mi apprestavo a salire sull’aereo, mi ha generato quel momento di commozione, regalandomi anche una sensazione di grande pace. Perché mi sono resa conto che quel momento, questo momento della mia vita, rispondeva ad un amore. Amore per il viaggio, per la scoperta, per l’avventura, per le culture, per le lingue, per la consapevolezza che c’è un mondo più grande rispetto a noi, e che esplorarlo è bellissimo e sorprendente. Un amore antico, nel mio caso, ma che ancora mi pulsa dentro. Amore per il futuro e per la possibilità. Credo sia per questo che, all’ennesimo incrocio di vita in cui mi trovo, capisco di non aver paura, e mi sento, tutto sommato, leggera. Non è assolutamente detto che le cose andranno bene, ma il punto è un altro: in questo momento, io so di aver fatto la cosa migliore che era in mio potere fare, ovvero essere vera con me stessa. Questo è, in fondo, ciò che conta. E questo basta.

Barzellette e supermercati

L’associazione europea del biogas. La coalizione europea dei malati di cancro. Il consorzio internazionale del bromo. L’associazione europea della luce solare. Cercare lavoro a Bruxelles, a tratti, pare una barzelletta. Ma anche volendo, anche volendo guardare solamente ai soldi (per certe posizioni, mi immagino che gli stipendi non possano che essere lauti, altrimenti chi farebbe domanda?), anche volendo guardare solo a queste cose, come si fa, sinceramente, a pensare di riuscire a lavorare per l’associazione dei rappresentanti dei solarium (ebbene sì, questo fa la “European Sunlight Association”), e non dico per tutta la vita, ma anche solo per più di qualche mese, e pensare nemmeno di essere felici, ma proprio di non stufarsi in tempi record? Non so, sarò ingenua io, sarà che il mondo gira così e non ci si può fare nulla, sarà che per ogni impiegato dell’UNHCR ce ne sono cento, se non mille altri, arruolati nelle organizzazioni più noiose, se non proprio insulse, dall’associazione contro la violenza sulle cimici a quella per la preservazione delle scarpe col velcro, fino alla coalizione dei consumatori di chewing gum all’anguria (sinceramente, nel caso dei solarium la realtà supera la fantasia, per cui anche pensandoci non so in realtà inventare un esempio più assurdo).

Ebbene, per quanto ripetitivi e infantili mi suonino questi discorsi, cose già viste, trite e ritrite, la verità è che, in questo circolo vizioso di parole, nel vuoto di questa attesa, mi capita anche di essere tentata. Tentata di mandare curriculum anche per cose di cui non mi frega assolutamente nulla, solo per sperare di vedere qualcosa muoversi all’orizzonte. Tentata dal denaro, perché una RAL di più di 50mila euro oggettivamente fa gola, specialmente per una che praticamente da sempre fatica a mettere insieme uno stipendio a fine mese. Tentata di “sistemarmi”, qualunque cosa voglia dire, e basta. Che poi lo so che la mia natura è un’altra, però ogni tanto io stessa mi stufo della mia natura. Anzi, ogni tanto la mia natura mi fa paura, perché sebbene da un lato significhi (almeno in apparenza) ambizione, al tempo stesso il ciclico bisogno di cambiare e di rimettere tutto in discussione mi fa temere di non riuscire mai a fermarmi, di non poter arrivare mai ad essere in pace con me stessa, ma soprattutto di non riuscire a costruire, concretamente, nulla di significativo. E non parlo solo del futuro. Certe volte mi sembra di essermi allargata a macchia d’olio, con grande dispersione di energie, ma senza essere riuscita a ottenere granché. Anche professionalmente, in questi anni ho collezionato una serie di esperienze diversissime, che ora cerco di vendere come vantaggi, ma che nella pratica sono – anche – la testimonianza di un’irrequietezza e un’imprevedibilità di fondo che, con tutta probabilità, è dovuta al fatto che, in fondo, non mi conosco abbastanza. Oppure, semplicemente, che non voglio vedere la realtà – dove la realtà è, da sempre, che ho gli occhi più grandi dello stomaco.

Ad essere stata più coraggiosa, ad esserlo stata davvero, avrei detto di no a tante cose, a tante persone. E invece, forse, quello che cercavo di inquadrare come spirito di iniziativa non era che una paura folle di provare a scommettere su me stessa per davvero, perché per farlo sono più i no che bisogna dire, che non i sì. Ad aver avuto ben chiaro l’obiettivo, ad avere avuto un po’ più di fiducia in me stessa, ad essere stata un po’ più sincera, forse avrei evitato di fare cose di cui fondamentalmente non mi fregava nulla, e di cui in fondo sapevo che non mi fregava nulla. Ebbene, le ho fatte comunque, e ormai non si può tornare indietro. Poi, certo, qualcosina ho pure imparato, ma complessivamente, su alcune cose, credo sia comunque più il tempo che ho perso che non le conoscenze che ho guadagnato.

Comunque. Il punto è che i dilemmi rimangono, tangibili oggi come lo potevano essere due, cinque o sette anni fa. Ma per quanto la RAL offerta dal consorzio internazionale del bromo costituisca una piccola tentazione, alla fine so già che per quel posto non farò domanda. In questo caso forse il problema è proprio il bromo in sé, la cui caratteristica più affascinante, per dire, è che si trova in grandi concentrazioni solo nei mari, mentre per il resto puzza e il suo uso più utile è nei prodotti ignifughi o nelle plastiche. Questa mancanza totale di fascinazione rende dunque la scelta infinitamente più semplice e il dilemma facilmente risolto. Il problema di fondo, però, resta: quante volte ancora mi ritroverò a considerare la possibilità di intraprendere una certa strada unicamente perché mossa dal bisogno psicologico di pensare che comunque qualcosa sto facendo, che “ci sto provando”, e che “comunque c’è qualcosa da imparare”, anche se fondamentalmente so di stare perdendo tempo? Anzi, quante volte farò finta che sia questa la questione a cui porre attenzione, quando invece la parte veramente sfidante è comunque quella che viene dopo la scelta?

Per dirla con una metafora, è come se fossi al supermercato avendo fame, e sapessi che non vale la pena arraffare cose a caso soltanto per sfamarmi (e fin lì, sai che risultato). Ma da lì ad essere non dico uno chef, ma anche solo arrivare ad avere la pazienza di scegliere un menu, selezionare gli ingredienti facendo attenzione all’equilibrio fra qualità e prezzi, portare tutto a casa e impegnarsi per prepararlo, c’è una bella differenza. Ecco, io, metaforicamente, sono al punto in cui al supermercato ormai ci sono stata un’infinità di volte, l’ho attraversato in lungo e in largo, conosco tutte le corsie e grosso modo so dove stanno tutti i prodotti. E, sempre metaforicamente, sono anche in un momento in cui sono finalmente abbastanza orientata sul menu, anche se ancora non decisa al 100% (del resto non lo sono mai). In più, il fatto stesso di essere dentro al supermercato, mentre ci penso, complica la questione: mi distrae, mi fa mettere in dubbio le mie scelte, mi fa pensare che però potrei anche preparare questo, o quello, o perché non quell’altro. Se fossi entrata con le idee già chiare, forse avrei avuto meno “visione”, ma la mia missione al supermercato sarebbe stata breve ed efficace, e ora non sarei attanagliata dai dubbi. Ma soprattutto ancora manca la parte più difficile, quella dell’andare a casa e, con pazienza e impegno, dedicarsi alla preparazione… che importa conoscere il supermercato per filo e per segno, se poi ti perdi in un bicchier d’acqua persino sul menu?

Non so. Forse l’idea di continuare ad avverare, giorno per giorno, la profezia della mia vita, insieme alla fantasia di essere una persona migliore di quella che sono, è a sua volta una piccola bugia che racconto a me stessa per sentirmi meglio, per non perdere la speranza. Sogno di cucinare tante cose, ed è bello sapere di avere la fantasia su tutti i piatti che si possono preparare, ma al tempo stesso è come se mancasse la sostanza, il metodo, e, temo, anche il coraggio di portare a termine una preparazione, anche se dovessi rendermi conto a metà strada di aver scelto una ricetta che non mi si addice, o che non è alla mia portata.

Insomma, anche oggi alla fine il bromo non mi avrà, e sai che vittoria. Piuttosto, ogni tanto penso di essere io la barzelletta. Ancora una volta, vorrei essere una persona diversa, anche solo un poco più grande della ragazzina con la testa piena di cose, e tutta l’insicurezza del mondo ad accompagnarla, che ero e che, a quanto pare, continuo ad essere. Magari un giorno mi deciderò a crescere… intanto, che altro si può dire: lunga vita al bromo e ai lettini solari.

Madai

“La vedi quella palma laggiù? Ecco, lì c’è la casa dov’è nata tua nonna”. A parlarmi è Ester, la figlia di un’amica di infanzia di mia zia Norma, la più anziana dei fratelli di mio padre. Mentre la pronuncia sono seduta al tavolo della sua cucina, a Fiume, Croazia. Lei mi sorride, dopo avermi accolto senza esitazione, decisa, nella sua casa, nonostante mi sia presentata a sorpresa, in questo lunedì di Pasquetta. La guardo e penso che il suo viso e i suoi gesti sono familiari. Magari è solo perché è accogliente e amichevole, ma il pensiero mi viene naturale, immediato. C’è qualcosa, in quegli occhi chiari, in quei lineamenti, in quella pelle delicata, che mi ricorda tremendamente i membri della famiglia di mio padre, i miei parenti. Guardando sua mamma Nevia, la vecchia amica della zia Norma, poi, la sensazione è ancora più forte. I suoi occhi sono azzurrissimi, penetrantissimi, di ghiaccio. Nel suo caso, purtroppo, sono anche spaesati per via dell’Alzheimer. Paiono impauriti, e io faccio fatica a guardarli. Rimangono però potentissimi, antichi e affilati come lame.

Con i miei familiari Ester e Nevia si assomigliano da morire, è come se fossero tutti imparentati, anche se in realtà, a metà del secolo scorso, erano semplicemente vicini di casa. Immagino possa essere il fatto che provengono dallo stesso posto a renderli così simili, e magari come pensiero è pure sensato, eppure resto di stucco. Ester parla italiano nel dialetto locale, lo stesso che si parla a Trieste, lo stesso che i miei familiari avevano portato con sé quando hanno lasciato questo posto, e che usavano anche a Milano, nella loro casa. È un dialetto che ha cadenze molto simili al veneto, anche se è più bello, più dolce, meno sguaiato. Ascoltarlo mi fa sorridere, anche perché io non so parlare nessun dialetto. Lei, invece, oltre all’italiano normale, sa anche quello. Praticamente, è come se fosse più italiana di me.

Ester mi indica dove è nata mia nonna, e mentre lo fa qualcosa dentro di me si schiude. Un’emozione che è fatta di tenerezza e stupore mescolati insieme. Non saprei come altro descriverlo. Io, che, nonostante i vari tentativi fatti negli anni, ancora so così poco della famiglia di mio padre, di tutte le loro vicissitudini, delle relazioni fra genitori e figli, dei momenti belli e di quelli brutti (soprattutto di questi ultimi, purtroppo ce ne sono stati tanti), sto lì a guardare il luogo dove mia nonna è venuta al mondo, dove, di fatto, la mia famiglia è nata, e davanti agli occhi so di avere il mistero di una storia che negli anni ho appena sfiorato, e che probabilmente non possederò mai a pieno, ma che comunque, in un modo o nell’altro, fa parte di me.

Non so molto degli anni che la mia famiglia ha trascorso in questo luogo, prima che la fine della seconda guerra mondiale costringesse molti italiani ad andarsene. Assurdo, considerando che in questo posto generazioni di persone di etnie diverse avevano vissuto in armonia per secoli. Dopo la sconfitta italiana e l’avvento della Jugoslavia, però, l’alternativa che si era venuta a creare, se non ce ne si andava spontaneamente, era il dover rinunciare alla propria lingua, alla propria cittadinanza e alla propria identità, se non proprio venire buttati nelle foibe. In questo senso va detto che in realtà Tito non aveva riservato agli italiani un trattamento in alcun modo diverso da quello che i fascisti avevano prima adottato nei confronti dei croati e dei serbi, imponendo loro l’uso della lingua italiana, rinominando strade e piazze, discriminando persone con cui fino al giorno prima si conviveva senza problemi. Come si faccia a credere che ci fosse una logicità tanto nell’uno quanto nell’altro atteggiamento, prima nella conquista delle terre irredente da parte degli italiani, e poi nella vendetta da parte del regime successivo, però, per me rimane incomprensibile. Ad ogni modo, al di là degli eventi, la verità è che, tanto prima quanto dopo, si è trattato di un sacco di gente la cui unica colpa è stata quella di vivere nel posto sbagliato, nel momento storico sbagliato.

Nonostante tutto questo, però, so che la mia famiglia ha dei bei ricordi associati a Fiume. Sarà che quello che è venuto dopo sarebbe stato tutto meno che bello, tutto meno che facile: i mesi nel campo profughi a Latina, gli anni da ospiti (indesiderati) della mia bisnonna nel suo appartamento di via Ampère, a Milano (accanto a piazza San Materno e alla chiesa di Casoretto), quelli poi del trasferimento in via degli Astri, in un condominio costruito apposta per i profughi giuliano-dalmati, in quella che però all’epoca era aperta campagna, e ancora oggi in realtà è una periferia piuttosto triste della città… ebbene, tutti questi eventi avrebbero segnato la famiglia di mio padre in modi che presumibilmente erano l’opposto di quanto avrebbero desiderato, che probabilmente non avrebbero potuto prevedere, e che quasi certamente, per buona misura, non erano preparati a gestire. Purtroppo, le conseguenze di tutto questo si sarebbero viste, nel modo in cui vivevano, in cui pensavano e si rapportavano con il mondo: tante e tante volte sono rimasta stranita, sconcertata, di fronte a certi atteggiamenti o certe concezioni della vita e dei rapporti, tanto da parte dei parenti quanto di mio padre stesso. E anche se ora penso di riuscire a mettere più a fuoco alcune cose, ed è come se avessero più senso, sapendo i trascorsi, il fatto che le vicende che queste persone hanno affrontato le abbiano influenzate profondamente, e probabilmente tutt’altro che a loro beneficio, rimane un elemento su cui non si può soprassedere. Ogni famiglia è a suo modo anticonvenzionale, certo. La mia lo è stata in maniera particolare.

“Non siamo troppi, siamo tanti”, diceva mia nonna a mio nonno, quando lui evidentemente si lamentava delle difficoltà di avere una famiglia così numerosa. Negli anni di Fiume, a spanne, mi sembra di poter dire che c’era povertà, c’erano tutti questi figli, c’erano le malattie (che alcuni di questi figli se li sono pure portati via da piccoli), ed anche la necessità di andare a lavorare fin da giovanissimi. So, per esempio, che mio padre avrebbe molto desiderato continuare a studiare, gli piacevano le scienze e la storia. Per lui non è stato possibile, ma in compenso la passione l’ha trasmessa a mio cugino Simone, che ha studiato biologia e oggi è ricercatore all’università. Erano anni in cui c’era la necessità di arrangiarsi, e probabilmente il primo a farlo era stato proprio mio nonno Romeo: lui, originario di un paesino vicino Mantova, era arrivato a Fiume per commerciare stoffe (magari cavalcando l’onda dei nuovi mercati generati dalla conquista delle “terre irredente”, mi viene da pensare), e poi, per dire, a un certo punto era diventato pescivendolo. Uno dei primi ricordi d’infanzia di mio padre, fra l’altro, è legato proprio a questo, alla salita che lui faceva insieme a suo papà sul carretto tirato dall’asino, da Fiume a Drenova, il paesino dove abitavano. Mio nonno annunciava il loro passaggio urlando “Pesce!” in italiano e croato, la gente stava sull’uscio ad aspettarlo, e mio papà, bambino, teneva la cassa e dava i resti. Era una cosa che sicuramente doveva farlo sentire importante, e probabilmente è il motivo per cui questo ricordo gli si è scolpito nella memoria. Spesso, il carretto era già completamente svuotato ancora prima di raggiungere Drenova.

“Ecco, quella lì, invece, è un’altra delle case dove ha vissuto la tua famiglia. Attraverso quel muro si passavano le pentole con le cose da mangiare”, mi dice ancora Ester, stendendo il braccio dal suo balcone pieno di sole. La vista è meravigliosa, il mare scintillante, e io riesco a immaginare distintamente i miei parenti che, nella confusione del pasto, si passano pignatte e tegami da una parte all’altra di quel muretto grigio, scambiandosi questa piccola forma di sostegno, condividendo quel poco che c’è, ma che, per quanto scarso, c’è per tutti. Penso a queste cose e non ho dubbi che, per quanto frugale, la vita qui fosse anche bella. E posso solo immaginare quanta tristezza ci fosse nel loro cuore, quando sono andati via. Chissà se pensavano che sarebbero tornati, chissà se ci speravano. È una domanda che, mi rendo conto adesso, non ho mai fatto. Proverò a chiederlo alla zia Norma, la prossima volta che ne ho occasione.

Salutata Ester, con la promessa di rivedersi (non ho dubbi che succederà, me lo sento), scendiamo in città. Anche Fiume è bella, trasmette serenità. La sua costruzione risale allo stesso periodo di Trieste, per cui non è raro, nel centro, imbattersi in architetture eleganti, ricche di intarsi e di statue. A quanto pare, poi, in passato è anche stata la capitale croata del rock, e questa è un’altra cosa che mi fa sorridere. Mentre camminiamo e ci fermiamo a un incrocio, non riesco a non pensare che, se le cose non fossero andate come sono andate, se la Storia non avesse preso la piega che ha preso, laggiù, in qualche universo parallelo, questa avrebbe potuto essere la mia città. Poi è superfluo dire che, se le cose non fossero andate come sono andate, io non sarei venuta al mondo. Ma comunque quel pensiero mi colpisce. Sentendo il bisogno di esternarlo ad alta voce, lo dico a Stephanie. Manco a dirlo, lei mi risponde che in effetti mi ci avrebbe visto bene, e dal suo tono è come se avesse avuto il mio stesso pensiero nel mio stesso momento. È a questo punto che la mia immaginazione inizia ad andare per conto suo. Mi lascio trasportare dal suono del mare, dal profumo della città e dalla gioia di essere qui in questo momento, in questo luogo. È una cosa che avevo atteso a lungo. Mi sembra persino di sentire una musica rock in sottofondo…

P.S. Il titolo di questo post è un’espressione che in croato si utilizza esattamente alla stessa maniera italiana. L’ho scritta tutta attaccata perché loro la pronunciano in maniera leggermente diversa, proprio come se fosse un’unica parola (magari lo è, non ho indagato). Il significato, però, è esattamente lo stesso. L’ho scoperta per la prima volta in questo viaggio e l’ho adorata, forse anche perché in italiano mi sembra che non si usi più tanto spesso. L’ho scritta per ricordarmela, e anche perché mi pareva che, visto il tema, ci stesse bene. “Sono andata a visitare la città della Croazia da cui proviene la mia famiglia, ho incontrato una loro vecchia vicina di casa, e la cosa pazzesca è che è successo per caso”. “Ma dai?!”

Diario di viaggio

Giorno 1 – Marsiglia

Stanca come non mai, ma anche molto contenta, alla fine di questa prima giornata di viaggio. Alle spalle avevo pochissime ore di sonno, troppa era probabilmente l’emozione del partire (o forse l’ansia di non arrivare in aeroporto in tempo, chissà). Fatto sta che Marsiglia mi ha accolto con un cielo azzurro e con i suoi colori pallidi – giallo canarino e rosa chiaro – e, soprattutto, con l’odore del mar Mediterraneo. Mi era mancato, anche se me ne sono resa conto solo quando mi è entrato nelle narici.

Nell’arco della giornata ho coperto tutte le principali attrazioni, ma credo che la cosa che mi è piaciuta di più sia stata la basilica di Notre Dame de la Garde. Dalla cima del promontorio la vista sulla città è bellissima, e scoprire che la santa è la protettrice dei marinai (appese al soffitto della chiesa ci sono tante piccole barche in miniatura, una cosa che non avevo mai visto e che mi ha affascinato molto) è stata una bella sorpresa. Anche il porto vecchio ha la sua attrattiva, così come il quartiere di Le Panier, ricco di murales colorati e piante a ogni angolo.

Mi è piaciuta di meno la cattedrale, scialba e dagli interni poco entusiasmanti, mentre il complesso della Vieille Charité, visto con la luce del mattino, regala una meravigliosa sensazione di pace. Ebbene, per quanto piccola, Marsiglia è proprio un gioiellino – chi le ha assegnato l’appellativo di “Napoli di Francia” ha ragione. Punta di diamante della giornata, dopo aver recuperato un paio d’ore di sonno in ostello nel tardo pomeriggio e passato una buona manciata di minuti a cercare un posto dove passare la serata e cenare. Inizialmente avevo scelto un ristorante che mi sembrava passabile, anche se avrei preferito altro. Lungo la strada per raggiungere il posto mi imbatto però in un altro ristorante, che fuori ha la fila. È tunisino, il profumino che sale dai piatti non sembra niente male, i prezzi sono buoni e i piatti di ceramica sono bellissimi. Tempo un minuto, e ovviamente mi siedo. Ho mangiato un piatto a base di uovo e salsa di pomodoro chiamato Ojja, un’ottima scoperta, e bevuto una limonata (citronnade). Un pasto ottimo e, ancora una volta, la conferma che il bello del viaggiare è anche cambiare programmi lungo la strada. Ora, felice e con la pancia piena, vado a nanna. Domani mi aspettano i calanchi e il viaggio verso Aix-en-Provence. Andiamo!

La vista su Marsiglia dalla basilica di Notre Dame de la Garde

Giorno 2 – Calanchi di Marsiglia + Aix-en-Provence

Giornata bella e piena, anche se un po’ più sfortunata rispetto a ieri. Mi alzo presto al mattino per andare al Parc National des Calanques. Ho in testa fin da prima di partire di andare a Cassis e muovermi da lì a piedi. Chiedo informazioni in ostello, giusto per capire se ci ho visto giusto, e le alternative che mi vengono proposte non mi soddisfano, per cui sono decisa. Passo in stazione a lasciare lo zaino al deposito bagagli e mi dirigo verso la fermata del bus che dovrebbe portarmi. Un’informazione sbagliata da parte di una coppia di addetti alla sicurezza dei mezzi pubblici (!), però, me lo fa perdere. Lo vedo che mi sfreccia davanti: l’ipotesi di rincorrerlo è inversamente proporzionale alla velocità con cui il mezzo viaggia. La parte peggiore, però, la devo ancora scoprire: il prossimo bus è fra due ore. Un fremito di irritazione si impossessa di me per un momento, ma devo rassegnarmi al fatto che devo cambiare itinerario. Quanto meno, penso, mi ero informata sulle alternative. Ebbene, arrivata infine al parco, mi butto sulla prima calanque (non so perché, ma la versione in italiano, al maschile, non mi suona), ed è bella. Molto bella. Mi viene l’acquolina in bocca e decido di vederne altre, senza però sapere bene dove devo andare. La segnaletica del parco è quasi pari a zero, il che non aiuta. Faccio un altro paio di sentierelli panoramici e poi mi butto su uno stradone che sale, pensando che girato l’angolo della montagna mi ritroverò verso la prossima calanque. Non è così, e malgrado il panorama sia bello e il sole per fortuna non troppo forte, mi ritrovo a camminare per un bel po’ solo mossa solo dall’inerzia e dalla voglia di trovare un’ansa d’acqua dove fermarmi. Ironia della sorte, dopo il consiglio sbagliato ricevuto al mattino mi sono inibita, per cui non chiedo più niente neanche ai pochi passanti che incrocio. Morale, finisco dalla padella nella brace, e cammino per 4 ore buone senza cibo (fessa, non mi ero preparata) e a un certo punto senza neanche più acqua. Più che altro è quello, a quel punto, a farmi desistere, insieme all’imbarazzo di essere su quello che, di fatto, è un sentiero di montagna, mentre io sono munita solo di jeans e scarpe da tennis, con al posto dello zaino una banale sacchetta di tela, di cui ho messo i manici intorno alle spalle per non dovermela portare in mano. Ebbene, bevuto l’ultimo sorso d’acqua, decido che è ora di mollare il colpo, e un po’ abbattuta ritorno sui miei passi. Arrivo in stazione, stravolta, e mi rifocillo un po’ mangiando qualcosa in attesa del treno. Arrivata ad Aix, poi, scopro che l’hotel che ho prenotato lascia abbastanza a desiderare. Almeno però la città è piccola e facile da girare. La prima impressione, uscendo a cena, è buona; domani mi ci dedicherò con più metodo. Vediamo se riuscirò anche a infilare una delle tappe fuori porta che desidererei coprire. Ora, però, è tempo di dormire. Bonne nuit!

La Calanque de Sougiton

Giorno 3 – Aix-en-Provence + Le Tholonet + Avignone

Com’era prevedibile (se non altro visti i posti in cui sono), è stata un’altra bella giornata. Inizio con una colazione accettabile in una brasserie dietro l’hotel (il cameriere non è simpatico, ma non lascio che mi rovini l’umore), e mi dirigo all’ufficio del turismo per capire se c’è modo di coprire le tappe che avevo immaginato per la giornata, Gordes e Roussillon. Manco a dirlo, un modo non c’è. La ragazza dello sportello però è gentile e disponibile e fa due cose per me molto preziose: la prima è recuperarmi gli orari dell’autobus per Avignone (che scopro essere un mezzo molto più rapido per raggiungere la mia prossima destinazione rispetto al treno, occorre solo un’ora e mezza), la seconda è il giro che mi propone in alternativa alla mia idea iniziale, in uno dei paesini che vanno verso la montagna Sainte Victoire, quella che Cézanne amava dipingere. Scoprirò solo dopo, dalla brochure che la ragazza mi lascia con le descrizioni di tutti i paesini, che Le Tholonet era proprio il paese dove Cézanne a un certo punto era voluto andare per poter dipingere in santa pace, fuori dalla città. Conto di andarci nel pomeriggio, prima di prendere il bus per Avignone, e mi dirigo quindi alla scoperta di Aix.

Qui, già all’inizio della mia camminata, mi ritrovo di fronte a una cascata di angolini uno più bello dell’altro. La mia ammirazione è tale che, nel momento in cui mi fermo un attimo per guardarmi intorno, un addetto alla pulizia della strada che passa di lì mi chiede: “Quoi cherchez-vous?”. Sorridendo, in un francese stentato gli rispondo che sto semplicemente ammirando il contesto, e lui sorride a sua volta.

Per un buon paio d’ore abbondanti è tutto così, un’esplorazione fra infinite piazzette e fontane, semplici e romanticissime allo stesso tempo. I colori pastello degli edifici e l’aria di primavera sono meravigliosi, non mi stupisce che la Provenza abbia attratto e ispirato tanti artisti. Io, poi, capisco di avere un debole per le fontane e in generale per stradine e angoli appartati. Vorrei fotografare ogni cosa, ma la sorpresa più bella è forse quella della cattedrale, dove un volontario mi fa vedere e mi spiega la storia di uno dei chiostri più belli mai visti. Arrivata ormai all’ora di pranzo, recupero lo zaino in hotel e mi dirigo verso la stazione dei pullman, dove prendo il famoso bus per Le Tholonet. Ebbene, in paese non c’è granché; un grande spiazzo dove gli anziani locali giocano a bocce (a quanto pare è uno sport molto diffuso da queste parti, e una tradizione storica), un mulino dedicato a Cézanne e poco altro, solo la natura e alcune ville lungo la Route de Cézanne, di collegamento fra i vari paesini. Da lì si vede la montagna Sainte Victoire, quella amata da Cézanne. La vista mi è di ispirazione, per cui decido di percorrere un pezzo di strada. Raggiungo un piccolo ma bellissimo canyon di terra rossa, sembra di camminare su un campo da tennis al naturale. Rientro ad Aix con un filo di ritardo, ma riesco comunque a raggiungere Avignone non troppo tardi. La sera faccio un giro e il palazzo dei Papi visto col buio fa spavento. Spero domani di avere un’impressione migliore. Domani, di fatto, recupererò anche tutti i musei che non ho potuto vedere oggi ad Aix (il lunedì sono tutti chiusi, forse avrei dovuto prevederlo). Qui una foto dell’inizio della Route de Cézanne. Anche oggi sono stanca morta ma contenta, vado a letto.

La Route de Cézanne

Giorno 4 – Avignone + Arles

Oggi parto dalla fine: se Aix è bella, Arles è superlativa. Pochi passi dentro al centro stasera e mi ha subito conquistato. Sicuramente incappare nell’anfiteatro una manciata di metri dopo i bastioni di ingresso aiuta, ma non è solo quello. È proprio l’aria che si respira. Di nuovo, magari è solo autosuggestione, visto che ero carica di aspettative, e quindi poco predisposta a rimanere delusa. Ma le viuzze silenziose, le luci soffuse e l’aria di primavera mi hanno subito trasmesso una pace immensa. Appena arrivata, già sapevo dove volevo andare. E così, vicolo dopo vicolo, mi sono avvicinata alla place du Forum. E lì… eccola, la sorpresa più grande, il Café de Nuit, quello che Van Gogh dipinse nel 1888. Ed ecco anche me, una sera di fine marzo di 134 anni dopo, lì a guardarlo. Oltretutto sbucando (colpo di fortuna) dal vicoletto della rue Favorin, che mi ha regalato la meraviglia di avere l’angolazione giusta rispetto al taglio del quadro. Ebbene, sarà pure ormai una trappola per turisti, ma per me resta il fatto che un’emozione così, quasi da togliere il fiato, prima d’ora l’avevo provata poche volte. O almeno, era da un sacco di tempo che non la provavo. Ebbene, a fatica mi ci sono staccata; avrei potuto rimanere lì ad ammirarlo per ore. E anche quando alla fine ho proseguito (non potevo fare troppo tardi per finire il mio giretto serale), il sorriso mi è rimasto stampato in faccia. Ed ecco, anche adesso che sono sotto una tettoia a sorseggiare una birra, impegnata ad annusare l’odore della pioggia che inizia a scendere e a scrivere su questa pagina, sono contenta. In questo momento, so di non avere bisogno di nulla. In tutta la mia imperfezione, sono completa, sono io. Ed è una sensazione bellissima.

In tutto questo, so anche di aver bisogno di imparare ad ascoltare di più il mio istinto. Lo stesso istinto, per esempio, che oggi mi diceva di lasciare Avignone senza troppe remore, che non sarebbe stata una perdita. Ancora però non ho imparato, per cui non l’ho fatto, e ancora una volta mi sono ritrovata a voler girare ancora un paio di angoli in più, a percorrere ancora un paio di vie in più, come per dare fino all’ultimo alla città la possibilità di redimersi. Ebbene, mi dispiace dirlo, ma non l’ha fatto, e Avignone è sinceramente un posto in cui non mi dispiacerà non tornare. Sì, certo, il palazzo dei papi costituisce una visita interessante, la vista sul Rodano dal ponte con il sole è piacevole, ma nel complesso non ho percepito una bella atmosfera. L’avevo intuito già la sera, in verità: per le strade non c’era anima viva, la cosa mi ha messo a disagio e per tornare in hotel ho affrettato il passo. E anche di giorno la situazione non era molto diversa: per quanto contraddittorio, anche con il sole il posto aveva comunque un che di spettrale. Detto questo, non so se mi spingerei tanto in là quanto Petrarca, che l’ha definita “la città più infetta e fetida della terra” (parole sue, le ho apprese da un’audioguida oggi), ma certo è che sembra ci sia qualcosa di sostanzialmente sbagliato con questa città. Lo si percepisce nelle strade e lo si legge sulle facce delle persone, piuttosto smunte e ingiallite. Unica eccezione, il ragazzo che faceva da receptionist al mio aparthotel, gentile e alla mano. Non so perché, ma fra ieri e oggi abbiamo scambiato qualche parola e, congedandomi oggi, avrei quasi voluto dirgli “senti, non so chi tu sia, ma si vede che questo non è posto per te: secondo me ti meriti di molto meglio!”. Ovviamente poi non l’ho fatto, ma spero davvero per lui che il suo destino lo porti verso qualcosa di diverso, di più. Non so bene spiegare come, ma certe persone hanno un’aura che parla per loro. Forse è semplicemente carisma, non so. Magari sono solo io con il mio solito carico di castelli mentali. Ma credo sia vero che alcune persone sono immediatamente più “accessibili” e trasparenti delle altre, con una loro autorevolezza, pur non dell’arroganza, e un’onestà palpabile. Ecco, se insisto su questa cosa non è per nessun motivo particolare se non per il fatto che desidererei essere così anch’io. Per cui, pur non sapendo niente di questo ragazzo, gli auguro comunque il meglio, ovunque lo porterà la sua strada. Io, intanto, domani mi dedico alla scoperta di Arles (non vedo l’ora!) e alla programmazione del giorno successivo – le opzioni sono la natura della Camargue o una visita a Saint-Rémy-de-Provence, prima di tornare in aeroporto a Marsiglia. Vorrei capire se posso noleggiare una bicicletta o un motorino, perché mi piacerebbe guidare un mezzo “mio” per esplorare, almeno per una mezza giornata. Vedremo. Per ora, si va a nanna: buonanotte!

Il palazzo dei Papi di Avignone

Giorno 5 – Arles

Oggi il sorriso me l’ha messo Radija, signora marocchina sui sessant’anni, che mi ha ospitato nel suo locale per pranzo. Ho mangiato un’insalata di patate con una salsa aïoli fatta da lei, forse un po’ pesante da digerire, ma buonissima: è valsa tutta la fatica dei succhi gastrici dopo. Sono arrivata abbastanza tardi, per cui il locale era già molto tranquillo. Lei si è seduta di fronte a me per fare pausa pranzo a sua volta, e abbiamo impiegato poco a iniziare a parlare. Mi ha detto che quando ci sono gli italiani è segno che sarà una bella stagione (ha strofinato pollice e medio mentre lo diceva), e ha sottolineato quanto ama l’Italia. “Gli italiani sanno fare tutto, tranne i dolci”, ha specificato. Ho ribattuto che probabilmente il gelato è un’eccezione, e lei mi è sembrata d’accordo. Nei mesi scorsi è stata a Palermo e a Roma, ma Roma non le è piaciuta, dice: è una città troppo grande. Palermo, invece, è praticamente un paesone, molto più vivibile, anche se tanti palazzi avrebbero bisogno di essere ristrutturati e tanta gente non ha soldi, e anche lo Stato non ha le risorse per mettere a posto tutto. Le ho chiesto della corrida che si tiene nell’anfiteatro lì accanto (i provenzali l’hanno copiata dagli spagnoli, mi ha spiegato, una cosa buffissima) e lei mi ha parlato dei giovani che cambieranno tutto, perché oggi sono molto più sensibili ai temi ambientali e in generale ai diritti. Al tempo stesso, però, i ragazzi di oggi hanno paura di vivere, dice, mentre la gente della sua generazione da giovane non aveva paura di nulla. “Forse avevamo meno soldi, ma eravamo anche pieni di vita”, spiega. Beh, che fosse (e che sia ancora) piena di vita, a Radija glielo si legge in faccia. Mentre parliamo, ogni tanto si interrompe per cantare sulla musica che fa da sfondo alla nostra conversazione, e quando allora attacchiamo su quell’argomento lei inizia a elencarmi una serie di nomi di artisti francesi, dicendomi “questo lo devi ascoltare, l’adorerai”, come se mi conoscesse da sempre. Mi fa sorridere e mi scalda il cuore questa confidenza che alcune persone sanno prendersi, con grande naturalezza e senza malizia. Mentre fa partire le canzoni sul cellulare, dice: “mi sono comprata Spotify per poter sentire la musica tutto il giorno, è la cosa che mi fa dimenticare i problemi del mondo”. Ebbene, ormai è da un po’ che parliamo e lei, ora completamente sciolta (ma sono quasi sicura che lo sarebbe stata anche prima), inizia a ballare. Io, di fronte a tutto questo, non posso non sorridere, e quasi sarei tentata di unirmi alla sua danza, anche se un po’ temo di rovinarla. Intuisco che probabilmente mi terrebbe lì per ore, se non prendessi io l’iniziativa di andarmene. Alla fine lo faccio, in realtà controvoglia. Esco dal locale con la pancia piena e con tutta una serie di nomi di cantanti francesi scritti sulle note del cellulare. Le dico che la penserò, quando li ascolterò. Lei mi saluta con calore e mi augura di fare dei buoni incontri ad Arles.

Questo lo è stato. E forse sarà vero che oggi è più difficile, e non è come quando Radija era giovane. Ma forse, penso, persino oggi si può credere nel genere umano. Io lo spero con tutto il cuore, e ringrazio Arles per i sorrisi che mi ha regalato, in appena un giorno e mezzo.

Arles e il Rodano visti dall’anfiteatro romano

Giorno 6 – Camargue

Oggi la giornata inizia presto, praticamente all’alba. Sono le 7.40 (!) e scrivo dalla stazione dei pullman, in attesa di prendere quello che mi porterà a Les Saintes-Maries-de-la-Mer, e al mare. Ebbene, da brava impressionista, ora posso ufficialmente dire di avere visto Arles in tutte le sue sfumature. Considero anche questo un bel regalo.

Quello di Saintes-Maries è un bel villaggetto di case bianche, disposte con cura geometrica intorno al santuario che dà il nome al posto. La leggenda narra che due sante, Maria-Jacobé e Maria-Salomé, scappate a bordo di una barca da Israele, siano arrivate sulle sponde della Camargue e, trovando una fonte d’acqua nel terreno, abbiano deciso di fondarvi una chiesa. Lì sorge la cittadina, e ogni anno, per tre volte all’anno, le salme delle sante vengono calate dal buco nel soffitto che le contiene e vengono trasportate fino al mare. Durante la festa si celebra anche santa Sara, “nera” perché egiziana, e patrona dei gitani. Avendo voluto seguire le due sante nel loro viaggio in mare, anche lei è entrata nel novero delle donne da venerare. Ebbene, entrare in questa chiesa e vedere riconfermato il bellissimo rapporto che da queste parti hanno con il mare mi ha commosso molto: sono uscita con il cuore pieno, sereno.

Purtroppo, essendo ancora bassa stagione, non ho potuto noleggiare una bici per percorrere la spiaggia, come invece avrei voluto. In compenso, però, ho ottenuto uno strappo da un signore sul suo pick-up, che mi ha aiutato a coprire i 4 chilometri che separano il paesino dal parco ornitologico della Camargue, verso cui ero diretta. Il parco raccoglie animali di diverse specie, ma è soprattutto noto per i suoi fenicotteri rosa (flamants in francese). Un’altra dose di natura molto bella, goduta al massimo anche grazie al bel sole che alla fine è fortunatamente uscito, caldissimo, come a voler riparare per la pioggia di ieri. Peccato invece per gli orari un po’ stupidi degli autobus di ritorno, che ora mi stanno lasciando ad aspettare in aeroporto (oltretutto il volo è in ritardo, arriverò tardi). Nel complesso, però, è stata un’altra buona giornata, l’ultima di questo mio viaggio in solitaria. Bilancio? Sono molto soddisfatta, è andato tutto bene, ho visto un sacco di posti, ho avuto sempre un’accoglienza bella e mi sono riempita gli occhi di cose stupende. Mi sono divertita e credo anche di essere stata brava nel bilanciare i ritmi, non troppo veloci né troppo lenti. Ora sono ovviamente stanca, ma so che la soddisfazione che dà riempire le giornate in questo modo è qualcosa che difficilmente si potrebbe sostituire con altro. Dopo tanto tempo senza viaggiare, sento di essermi tolta di dosso un po’ di ruggine, e ora, senza voler suonare frettolosa, spero di poter presto partire di nuovo, magari anche per mete più lontane. Chissà. Intanto, sicuramente mi aspetta un altro viaggetto fra meno di un mese, sotto Pasqua, in Croazia dalla mia amica Stephanie. Poi, vedremo. Per ora, non resta che tornare a Bruxelles. E, per quanto particolare suoni questa frase, devo dire che mi è mancata. Sarà una cosa forse più dettata dai miei desideri che da altro, ma in qualche modo sento che la capitale belga mi ha adottato. Non è passato che più di qualche mese, ma mi rendo conto, in una qualche forma, di appartenerle già. Ed è una bella sensazione. Ecco. Torno a casa, la mia nuova casa, e sono contenta.

Il parco ornitologico della Camargue

Essenzialità

Ecco, il momento della partenza si avvicina, e io già non sto più nella pelle. Una manciata di giorni on the road, in un orizzonte che pure è grosso modo conosciuto, eppure fremo dalla contentezza. Passano gli anni, ma la vigilia di qualsiasi partenza è comunque per me sinonimo di emozione incontenibile. Stavolta sarà anche un esercizio di essenzialità, perché parto con uno zaino piccolo, non più grande di quelli di scuola. Ho fatto la lista delle cose da portare ma già mi sembrano troppe, forse qualcosa dovrò lasciare giù. Mi pareva veramente il minimo indispensabile, ma in fondo è questo il bello. Scremare anche quando ti sembra di aver già scremato il più possibile. A che ti serve un pigiama, del resto, in un viaggio, come nella vita. Puoi dormire benissimo anche senza. La realtà è che bisogna imparare a fare a meno delle cose, ad arrangiarsi. A volte bisogna persino saper fare a meno delle persone. Giusto l’altro giorno sono incappata in un tweet, tratto da quello che credo fosse un documentario, che parlava esattamente di questo. “Learn to love solitude”, diceva il protagonista, in un messaggio rivolto ai giovani. “Imparate a stare da soli con voi stessi. Ciascun individuo deve imparare a stare da solo fin da bambino, poiché questo non significa essere soli, ma non annoiarsi con sé stessi, che invece è un sintomo molto pericoloso, quasi una malattia”. Ora, io non sono sicura di avere sviluppato nella mia vita alcuna capacità particolare in tal senso, ma credo di sapere che cosa intende dire quella persona (per inciso, è un regista russo, si chiama Andrej Tarkovskij). Forse è addirittura questo ciò che mi sta spingendo in questo mio momento di movimento, al di là del naturale piacere del viaggiare. Detto questo, non so esattamente quanto di questo discorso del saper stare da soli, dell’amare la solitudine, rientri in questo viaggio specifico. Quasi sicuramente, però, il fatto di intraprenderlo da sola aggiungerà qualcosa di significativo ai paesaggi, agli spostamenti, alle cose che succederanno. Qualcosa di ancora più speciale, perché sarà mio e mio soltanto. Del resto, l’ignoto è un po’ più ignoto se si è da soli, e dunque conquistarlo significa conquistarlo un po’ di più, se si è da soli. Perciò io, in questo momento di ignoto generale, in cui ancora devo capire quali porte si apriranno e quali si chiuderanno, credo di non potere avere che da guadagnare da questa avventura. L’essenziale, lungo la strada, sarà che ci siano i miei occhi e il mio cuore. Tutto il resto sarebbe, è, sarà, superfluo.

Esercizio di memoria

Le vetrine dei negozi, coi vestiti di bambini su manichini bianchi.

Quelle dei ristoranti, con le cameriere in attesa di prendere servizio.

Le mattonelle grigie del marciapiede.

Le strade che salgono e che scendono, che quasi parrebbe San Francisco.

I cani e i loro padroni. Quelli al guinzaglio e quelli liberi di ruzzolare in giro nel prato (applicabile ad entrambe le specie).

Il camion dei pompieri fermo a un angolo, che qualcosa deve essere successo in un palazzo.

I lampadari attraverso i vetri senza tende delle case più eleganti.

I vetri con le tende di pizzo delle case degli arabi, a piano terra.

Gli arabi tamarri con le casse che si illuminano e la musica sparata ad alto volume.

La gente seduta ai tavolini dei bar a bere birra.

La gente seduta sul prato a bere birra.

Le lattine di birra appoggiate sul medesimo prato, accanto ai culi di quelli che le stanno bevendo. Chissà quanti culi e quante birre hanno visto, quei prati.

Le oche intorno agli stagni, e i loro cuccioli.

La gente seduta sulle panchine che fuma.

Una signora con cinque o sei cagnolini al seguito.

Una coppia con un altro quadrupede che saltella loro intorno; lei gli dà da mangiare dei croccantini dalla tasca della giacca (applicabile ad entrambe le specie?).

Il sole che cala e lascia il posto alla luce dei lampioni.

Un signore che interagisce con le oche e gli fa cenno di allontanarsi dalla strada, che ci sono le macchine.

Le oche con un nastro intorno alla zampa; libere, ma solo fino a un certo punto.

Un ragazzo con le gambe accavallate che fa la maglia.

Una ragazza che, seduta su una panchina, scruta il vuoto.

Un’altra ragazza che, seduta su una panchina, scruta un vuoto diverso da quella di prima.

Ragazze tonicissime che corrono e un po’ si vede che se la sentono.

Ragazze un po’ meno toniche ma che comunque se la sentono grazie ai loro leggings Nike.

Ragazze che non corrono ma che i leggings li mettono comunque.

Le ginocchia e i polpacci nudi dei maschi che corrono.

Gente che corre con i piedi a papera.

Bambini che guardano le papere.

Un tizio più invasato degli altri che corre come se quella fosse la maratona di New York, e non semplicemente i giardini dell’abbazia.

Una ragazza in tenuta grigia di cotone (niente leggings) che corre come se stesse andando a prendere l’autobus. Si ferma; anche lei ha i piedi a papera.

Pappagallini verdi che cantano dagli alberi e volano sparati sul laghetto. Paiono uccelli tropicali sfuggiti a qualche zoo.

Fontane e torrette che spuntano dall’acqua e che sembrano campanili di chiese sommerse.

Una ragazza a cavalcioni di una panchina con il pc davanti.

Gente che passeggia.

Gente che sta in mezzo alle scatole e manco se ne accorge.

Gente che parla, accelera, si ferma, si siede, sta in giro. Gente che poi se ne tornerà a casa.

Gente che probabilmente non si incrocerà mai più.

Gente che si avvicina all’acqua, perché dove cavolo vuoi andare a camminare in città se non vicino a un metro quadrato di verde urbano (chiamarlo natura sarebbe un insulto a Madre Terra).

Gente che, avvicinandosi a quel metro quadrato, deve mettere in conto un maggior rischio di pestare qualche cacca.

Gente che, responsabile, la cacca (applicabile ad entrambe le specie) si cura di raccoglierla.

Gente che, comunque, finirà per pestarne qualcuna.

Gente che, mentre guarda per terra attenta a ogni possibile rischio, ne riceverà una in testa da uno degli esotici pappagallini verdi di cui sopra.

Gente che, a quel punto, imprecherà. Perché non importa da che parte di mondo vieni, se un uccello te la fa in testa, tu imprechi. Così è il genere umano, e così è la vita. Proprio quando ti sembra di essere più bravo perché stai facendo attenzione, eccola che ti fotte da un’altra parte.

Milano

Milano tre milioni respiro di un polmone solo
Che come un uccello gli spari lo manchi e riprende il volo
Milano perduta dal cielo
Tra la vita e la morte continua il tuo mistero

Casa. Ci sono stata per una manciata di giorni, e ho fatto bene a non lasciare che fossero di più. Che già ne sono bastati quattro per farmi venire, per un momento, il groppo allo stomaco, oggi sul pullman per tornare in aeroporto. E se in un certo senso questo rischio già l’avevo messo in conto, perché la fase che parte adesso mi spaventa e mi emoziona allo stesso tempo, per cui avere quella reazione era abbastanza prevedibile, allo stesso tempo la botta emotiva è salita all’improvviso, cogliendomi impreparata. Un po’ oggi mi ci sono accoccolata dentro, ma non sono sicura che non mi si riproporrà nei prossimi giorni, magari in maniera più pesante. Se così dovesse essere, spero almeno non mi tramortisca.

Ad ogni modo, inutile fasciarsi la testa prima del tempo. Queste a casa sono state belle giornate, piene anche perché poche, e quindi anche con poco spazio per noia o sentimenti negativi. Piccoli momenti di felicità tascabile che, ogni tanto, fanno bene. Del resto mi sembra che tutti, di tanto in tanto, ne abbiano bisogno. Ebbene, la felicità tascabile, a questo giro, consisteva anche nel fare una sorpresa a tutti, perché nessuno o quasi sapeva che sarei tornata. Ecco, guardare i sorrisi sui volti delle persone a cui voglio più bene, le quali non si aspettavano assolutamente di vedermi, mi ha reso molto contenta. Per il resto, sono state giornate piene di sole, di libri (non so bene come, ma per un motivo o per un altro, sono serendipicamente finita in libreria tutti i giorni che sono stata in città) e di affetti. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Ora sono rientrata a Bruxelles, un po’ intontita dalla stanchezza, per cui non è che questo post sarà fra i migliori mai scritti, ma pazienza: sono ripartita con il cuore pieno, e quello è l’importante. Nella testa, sullo sfondo della pianura padana, le ruote del Terravision che solcavano l’asfalto in double digits, un unico, antico e scomodo dubbio: chissà se, alla fine, riuscirò mai a trovarlo anch’io, il mio posto nel mondo. Io, anima inquieta da quando è venuta alla luce, che per sentirsi viva ha bisogno di emozioni forti, che al tempo stesso si sente colpevole perché sa che vivere è anche e anzitutto costruire, e farlo non è possibile se non ci si ferma, almeno per un po’, da qualche parte, ma che al tempo stesso non riesce a immaginare di vivere diversamente; ebbene, nonostante ciò, la verità è che, quando a fermarmi ci ho provato, io sono rimasta ferma. Mentre non è così che dovrebbe funzionare.

Sul come diavolo si faccia a continuare a muoversi stando sempre nello stesso posto, poi, si dovrebbe scrivere un saggio (non è questo il momento né il luogo, naturalmente, né, evidentemente, nemmeno io la persona per scriverlo), però la questione rimane di per sé interessante. Si può imparare, c’è qualcuno che dà ripetizioni? Non è che personalmente abbia chissà che budget, ma due spicci, giusto per capirci qualcosa in più, magari ce li metterei pure. Ebbene, in attesa di stabilire se ci sia qualcuno che possa aiutarmi risolvere questo dilemma, in realtà mi sembra che, almeno per il momento, io non abbia molte alternative se non continuare ad andare. E magari, a un certo punto, una soluzione si troverà. Sull’essere sicuri, poi, che sia quella la cosa che va bene per me, si potrebbe aprire un altro, lunghissimo capitolo (ancora una volta, una dissertazione cui non possiamo, in questa sede, dedicare spazio). Se però si potesse avere almeno qualche anticipazione, non farebbe male.

Non chiedetemi di pensarci ora, però. Non proprio adesso, che ho appena ripreso a muovermi. Ci sono ancora un tot di posti (in senso lato) che devo ancora vedere: vagabondare per un altro po’, in questo momento, per me è d’obbligo. Poi, più avanti, ne riparleremo, promesso. Ma ora scusate, c’è il mondo che mi chiama, e io devo proprio andare.